FRANKO B: "io infamoso"
Mercoledì 14 Settembre 2011 14:12

Incontro con Franko B

 

Uno degli eventi più interessanti della scorsa stagione è stata  la mostra I still love al Pac di Milano, curata da Francesca Alfano Miglietti (FAM) con l’allestimento dell'architetto Fabio Novembre che ha visto protagonista Franko B dove, per l'occasione, si è esibito nell'inedita performance Love in times of pain. Franko B è milanese di nascita, vive a Londra dal 1979 dove si è diplomato presso l'ICA (istituto d'arte contemporanea) e attualmente insegna Scultura all'Accademia Belle Arti di Macerata. E' diventato famoso per le sue azioni shock, in cui sottoponeva il proprio corpo al supplizio con tagli, ferite, dissanguamenti oppure pratiche sadomasochiste in ambienti gay. Una spettacolarizzazione del dolore che coincide con la sua richiesta/offerta d’amore, presupposti che inquietò parecchio la precedente giunta Moratti, per gli eccessi con i quali l'artista avrebbe potuto confrontarsi con il pubblico. Tempo prima anche Ancona respinse la performance per via del nudo integrale, a dimostrazione di come tutt'ora sia difficile liberarsi da semplici tabù. L'ex giunta meneghina dimostrava di essere "provinciale" quanto la provincia marchigiana e di non essere ancora pronta ad accettare il linguaggio contemporaneo, nonostante l'intenzione di aprire un prossimo museo capace di competere con le altre capitali europee (progetto bloccato dal nuovo assessore Boeri). Tuttavia il "maledetto" Franko B alla fine si è potuto esibire e inaugurare la mostra. L'azione lo vede nudo, totalmente black, in mezzo agli animali impagliati dipinti anch’essi di nero. Si aggira tra di loro, balla con un orso poggiato su un carrello e lo porta da una parte all’altra della stanza. Chi si aspettava di vedere il rituale del martirio è rimasto deluso ma, davanti a questa tenera danza, l'ex sindachessa e i suoi assessori hanno potuto dormire sonni tranquilli.

A distanza di diversi mesi ho ancora la curiosità di sapere come sono andate veramente le cose e l'ultima performance At night we cry, presentata al Terminal di Macerata, è l'occasione per conoscere altri particolari. Ci siamo incontrati poco prima delle prove e con totale disponibilità, mi parla della strepitosa mostra milanese e della performance Love in times of pain, della sua voglia di dare una seconda possibile vita agli animali impagliati, della sua danza con l'orso, mostrando un lato del suo carattere molto tenero e romantico. Penso ci sia anche una sorta d’immedesimazione in questo animale che molto spesso viene associato all’uomo, al suo carattere, e se vogliamo fare i pignoli, rimanda anche ad una tipologia maschile gay, alternativa ai classici cliché estetici che vogliono corpi giovani e palestrati.

La sala dove si è svolta la performance era allestita, “con 36 animali impagliati e ossa umane regolarmente acquistate in ospedali autorizzati alla vendita. Forse non tutti sanno che ci sono persone che donano il proprio corpo sia per la scienza sia per l’arte. Franko B opera nello spirito degli artisti del Rinascimento, del manierismo e ancora questa anatomia dove il corpo non è dentro la pelle, ma dentro un’anima che a distanza di secoli continua a raccontarci che siamo delle carcasse, degli animali impagliati” (FAM, intervista su YouTube). Per Franko B gli animali rappresentano l’equilibrio della vita. Li ama moltissimo e afferma che “l’uomo non è mai libero come lo è un animale. Quando uno nasce in questo mondo automaticamente è un rifugiato perché non è libero, si deve adattare alla cultura, alla politica e al contesto in cui nasce.” Muovendosi e spostandoli, l’artista scolpisce lo spazio con loro, in mezzo a loro, sentendosi come loro. “Sì, l’idea è quella. Cerco di essere come loro con l’unica differenza, che io sembro più vivo di loro, ma potrei essere imbalsamato come loro. C’è molta ironia in questo gioco perché noi pensiamo di essere vivi ma sai...non si sa mai!!” Sorride e io guardo i suoi denti d’oro che forse non sono d’oro o forse non sono nemmeno denti. Chissà, forse ha ragione lui, che noi non siamo veramente vivi, che è tutta un’illusione e “siamo in sogno dentro a un sogno” come diceva Totò a Ninetto Davoli in Cosa sono le nuvole, di Pierpaolo Pasolini!!

 

 

Al PAC ci accoglieva una croce greca che bucava il muro, un intervento dell'arch-exchirichetto Fabio Novembre "per amplificare le opere straordinariamente classiche” (FAM). Classico inteso per l’uso del corpo come oggetto privilegiato. Anche Franko B condivide il pensiero. “Se uno pensa che sono radicale è sbagliato. Più che altro sarei classico, in tutte le maniere. Quando ho creato quei lavori come I miss you il periodo era differente. Non si vedevano ancora in televisione corpi maciullati, non c’erano ancora i giochi elettronici violenti. Il sangue non si vedeva. La prima volta che si sono visti i corpi in sofferenza è stato durante la prima guerra del deserto, nel 1991. Ma prima ancora di quella data, a metà degli anni 80, c’era un’altra cosa più importante, un'ossessione grandissima, il periodo dell’AIDS. Allora il sangue era una grande paranoia. C’era l’idea che i liquidi del corpo non dovevano essere visti. Puoi morire per la tua patria, dare il sangue per la tua patria a patto che non hai l’AIDS, altrimenti non ti vogliono. Il sangue era un bisogno di quel momento per sentirmi libero. I tempi sono cambiati, non è più necessario e non lo faccio più. Se lo farei sarebbe solo spettacolo.

La croce greca è un simbolo ricorrente che si ritrova ovunque, nell’allestimento, tatuata sul suo corpo, ricamata sulle tele. Rimanda a Beuys, alle analogie tra i due artisti (le medesime croci di pronto soccorso, l’uso del corpo, la cattedra di scultura) ma Franko rifiuta ogni rapporto. “Il mio lavoro non ha niente a che fare con Beuys, tanto meno con la scultura sociale. A Macerata sono stato chiamato da Fabrizio Cotognini, uno degli studenti, per una dimostrazione fatta qui nel 2008, ma Fabrizio aveva contatti con me fin dal 2004 quando seguivo il suo lavoro. Siamo diventati amici e mi ha chiesto di far tappa a Macerata quando sarei venuto in Italia. Fabrizio ha promosso la mia dimostrazione in Accademia e subito dopo la scuola mi ha chiesto se sarei stato interessato alla cattedra di scultura.  Non è stata una scelta voluta, quella cattedra era la sola disponibile al momento. A me andava bene. Non è un problema. Uno la può chiamare pittura, scultura, è sempre stato uguale, più o meno la stessa cosa. Beuys è un artista che rispetto anche se, come tanti, è pieno di contraddizioni e cose che non mi interessano. Mi interessa solo come artista. Tuttavia il simbolo della croce greca è il mio simbolo. E’ il simbolo della croce rossa. Un simbolo di protezione e rappresenta la condizione del rifugiato. Non ha niente a che vedere con la Chiesa e con il Cattolicesimo anche se la sensibilità che ho deriva dal sistema in cui sono cresciuto. Non puoi rinnegare questo. Nel mio lavoro non ci sono simboli religiosi. Io non credo. Il tuo dio è morto, il mio non esiste. Le panche e il confessionale non sono simboli cattolici, sono solamente oggetti trovati e completamente rivestiti d’oro. Erano vecchi e questo oro così decadente è per definire decadente la religione. Sono trasformati in oggetti che puoi mettere ovunque nella tua casa. Il gioco è sempre quello di sedurre ma nello stesso tempo di essere abbastanza critico.”

Critico lo è sempre stato da quando si faceva incidere sul corpo parole come Democracy, Libertà, che stavano a denunciare il sistema e la tortura attraverso le punizioni inflitte dalle istituzioni. Quanto ha influito la lezione di Focault? “Sorvegliare e punire di Foucault è un libro che mi è servito per la mia tesi sul sadomasochismo come meccanismo della società non di ora, ma di sempre. Io sono cresciuto in istituto pedagogico per bambini con problemi emozionali ed educativi e le punizioni di queste istituzioni erano torture. La maestra ti buttava fuori dalla classe, non potevi guardare attorno, dovevi stare in un angolo senza muoverti oppure in ginocchio sui sassi. Queste erano cose normali negli anni 60 e 70.” Perciò lo vediamo nudo a dondolare su un’altalena dorata in I’m thinking of you, oppure seduto su una giostra. “E’ cercare di creare un’infanzia che non ho mai avuto. In questo modo parli a tutti gli adulti ricordando come l’infanzia è una cosa terribile come la vecchiaia, perché non hai potere.

Niente più torture dunque. “Il sangue a quei tempi era una liberazione. Come lavoravo io a quei tempi, ora ci lavorano in tanti, tutti lo fanno, è una cosa normale. Alcuni mi dicono che lavorano come me, la pensano come me, ma come fai a sapere come la penso? Alcuni fanno associazioni con il mio lavoro che non c’entra niente con me. Mandano progetti che non hanno niente a che fare con me, solo perché faccio questo tipo di lavoro o perché mi piace l’SM dicono che sono un artista estremo, una persona estrema, ma io non lo sono.”

La serie “i cuciti”, tele di cotone egiziano che, precisa, trova solo a Macerata (stento quasi a crederci! Mi convinco solo dopo avermi detto l'indirizzo e il nome del negozio), è la conferma di quanta poesia sia capace di trasmettere tracciando, solo con ago e filo, profili di fiori e uccelli, delle immancabili croci, di baci omosex, e di immagini più crude come un'impiccagione. Sono ricami eseguiti da lui stesso e lo dice con orgoglio “Le faccio io, le faccio io, ci vuole tempo! Ora sto lavorando a qualcosa di nuovo usando il filo dello stesso colore della tela anche se ho dovuto sospendere per due mesi a causa di altri impegni.” Il suo lavoro non è cambiato, la tela rappresenta una seconda pelle da bucare e da decorare, come il suo corpo ricoperto quasi totalmente da tatuaggi e da numerosi piercing.

Pelle. E’ così che Fabio Novembre chiama qualsiasi tipo di rivestimento, piastrelle o mosaico che siano. Non è un caso se Francesca Alfano Miglietti abbia scelto questo architetto che ha l’ossessione per il corpo. Famosissime le sue sedie Him and Her con sembianze antropomorfe. Le 3F (l'iniziale dei protagonisti) hanno dimostrato una collaborazione intelligente e abile nel presentare una mostra sorprendente soprattutto per i contenuti. Ma com'è andata con l'amministrazione Moratti?  “Fabio Novembre è una persona fantastica e Francesca Alfano Miglietti è un genio per più di una ragione. La genialità è che la curatrice ha visto la connessione tra me e Fabio. Loro sono molto amici. Insomma è stata una scelta azzeccatissima. La cosa ha funzionato benissimo anche politicamente. E’ stato un passo molto importante perché lui a Milano è conosciuto e probabilmente è molto più figo di me. Questo ha funzionato per realizzare la mostra. Io credo che alla fine se ci hanno detto “sì” è per lui e non per via dell’arte che presentavo. Io credo questo. E’ stata una mostra geniale anche dal punto di vista politico perché avevamo dei problemi fino a due settimane prima, ed è stato Fabio a calmare certi personaggi perché conoscevano lui ma non conoscevano me. Lui famoso io infamoso, capisci?

At night we cry, di cui le foto sotto, è una collaborazione con Jacopo Pannocchia e Stefano Teodori. L'idea è quella di un gruppo che col tempo possa mutare e crescere grazie ad altre collaborazioni. Alla consolle è appesa la tela con il logo ricamato in rosso che rappresenta una casa disegnata con tratti infantili. L'immagine fissa della casa, così rassicurante e serena, evoca l'amore, la famiglia, l'ospitalità, il raccoglimento. Di lato il video scorre e mostra scene provenienti dalla mitologia televisiva come cartoni animati, uomini politici, catastrofi, attentati, vittime illustri e carnefici. Come sottofondo una musica electro-rock e la voce di Franko B che grida e denuncia. La musica finisce, il video si spegne, il tempo passa ma i valori restano. La fissità della casa-logo vince sugli eventi-istanti. L'importante è non dimenticare.

Con questa performance si dimostra coerente con l'idea di abbattere ogni costrizione e dittatura, persino quella dello stile. Inoltre è l'ennesima prova di generosità a conferma di ciò che disse in un'intervista "il mio rapporto è con il linguaggio più che con l'arte. Non vedevo un futuro dal punto di vista della carriera ma dal punto di vista umano."

 

Nikla Cingolani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

At night we cry, le prove.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

At Night We Cry, la performance.