Rituals
Giovedì 13 Gennaio 2011 21:55

Il sacro nel sacro

“Il sacro è specificatamente, la presenza nell’assenza, la manifestazione sensibile e tangibile di ciò che normalmente è celato ai sensi e sottratto alla presa umana. E l’arte, nel senso specifico in cui noi moderni la comprendiamo, è la continuazione del sacro con altri mezzi».

Marcel Gauchet

Credere che il “vero” sia l’unica ricerca, appartiene sia alla fede sia all’arte. Entrare nell’ambito del mistero, dell’incomprensibile, inoltrarsi in campi metafisici è un percorso che ogni individuo compie per ambire ad un completamento della propria esistenza che l’arte e il sacro illuminano.

Essere un uomo significa essere religioso” è l’affermazione con la quale Mircea Eliade riflette sul significato profondo dell’essenza dell’uomo che, con la propria evoluzione psicologica basata su domande prettamente esistenziali, si trova inevitabilmente di fronte al Mistero. Un limite insuperabile che alcuni trasformano in fede e perciò le domande non necessitano di risposta alcuna. Altri aspettano una rivelazione che si presenta come ultimo mezzo per oltrepassare le possibilità conoscitive ordinarie di cui sono dotati, coinvolgendo la propria storia con l’ultraterreno.

Pierfrancesco Gava indaga con un’interpretazione carica di passione e spasimo, sulla fenomenologia della religione come manifestazione del sacro. Un’esigenza che l’uomo mostra da sempre, in tempi e culture diverse, tentando di trascendere la realtà per soddisfare il proprio bisogno spirituale. Il suo interesse, privo della necessità di ostentare simboli religiosi potenti, si spinge verso il simbolismo religioso antropologico, in altre parole, la relazione degli uomini con il culto, dove rituali e reliquie ne rappresentano l’espressione più concreta.

Rituals, titolo dell’opera, è un insieme di oggetti che come frammenti hanno la forza e la pienezza di essere “opera a sé”, poiché ciascuno è “coeso e unitario come una pallina di ferro” (Perniola) e possiedono la capacità di sussistere anche solo auto-rappresentandosi. Tuttavia in questa installazione raffigurano un processo di pratica osservante in cui il “qui ed ora” viene eliminato, poichè i dromena ci comunicano che ogni azione è stata compiuta, il rito consumato.

 

L’opera si avverte come ierofania, dove il sacro è svelato nell’immanenza del gesto artistico in cui l’ispirazione/rivelazione sono causa di trasformazione della materia e quindi tentativo di misurarsi con un mondo Altro. L’ex-perior, lo sforzo di attraversarla, diventa la chiave di volta di tutto il lavoro e ci lascia il segno dell’esperienza stessa e di una realtà che sfugge.

Evidente anche il conflitto tra religione e religiosità che l’artista subisce in prima persona. Il calco delle sue mani sospese da corde che provengono dall’alto, l’unica distanza referenziale, ci affermano il legame e il vincolo, che appunto la religione sottintende, risolto con un atto di abbandonarsi ad un volere Assoluto di cui non si ha la potenza di penetrare e conoscere in tutta la sua totalità. Cadute nella “sacra rete” esprimono pesantezza e rassegnazione, forse anche una sorta di frustrazione, nell’impossibilità di ricevere soluzioni agli enigmi della vita e soprattutto la consapevolezza di non avere l’assoluta autonomia della titolarità. Sono mani che sottolineano il legame tra gravità e dimensione mentale, tra spazio fisico e mondo delle idee dove le corde rivelano una tensione che rimanda alla propria condizione esistenziale di precarietà.

Dolore e passione ci dirigono al palo di legno messo a terra dove il calco del viso dell’artista, con una corda che fascia la bocca, intende ogni violazione alla libera parola, al fatto che viene negata ogni possibilità di replica. Bisogna subire la volontà assoluta, rispettarne le regole, nessuna esclusa. Il sacrificio è compiuto.  Una purificazione che dal sangue passa al battesimo di mani argentee in abluzione, dove l’elemento purificatore, l’acqua, è solo evocato. L’indizio dell’argento, metafora di straordinaria energia pronta ad essere plasmata, con il beneficio del dubbio, svincola da ogni pregiudizio e permette  un’indagine più libera.

Un tavolo trasformato in portantina/barella, poco lontano dal catino, sorregge una mano fasciata da una benda candida e immacolata che cura e copre. L’occultamento presuppone un dono ricevuto da una potenza nascosta e separata, ma presente nelle cose, il cui legame è marcato dalle corde che avvolgono e collegano ulteriormente ad una verità che non si concede nella pienezza della sua esposizione.  Come una reliquia richiama alla contemplazione in onore di chi ha subito un singolare vissuto ed ora rimane, nell’assenza, una presenza invisibile da ricordare.

Qualcosa di miracoloso appare con l’ultimo oggetto dell’installazione: un altare interamente realizzato in cartone, modellato con una capacità sorprendente tanto da dissimulare la caducità e transitorietà del materiale di cui, è risaputo, sono le più note peculiarità. La mano virtuosa dell’artista trasforma un banale e ordinario scatolone d’imballaggio in luogo sacro per eccellenza. Stupore ed incanto. La ierofania è compiuta. Un materiale profano, che di nobile non ha nulla, viene graziato da una sublime metamorfosi.

Il piano è ricoperto da infinite gocce di cera dove, nel mezzo, si erige un cumulo informe che si staglia verso l’alto come un vulcano. Si intuisce un impiego rituale ed un consumo più volte ripetuto. Questo particolare non perde il suo significato se viene letto come una potente forza centripeta che attira nel fulcro tutte le gocce, dalla più piccola alla più grande, simboleggiando le richieste di ciascuno a ri-formare la candela che riprodurrebbe il desiderio e la speranza di essere illuminati da quella fiamma, per ora solo immaginaria, che mano a mano si sta formando in attesa di essere accesa.

L’ultimo protagonista, infine, è il tempo che è quello della memoria. Il rituale è ricordo che l’abitudine e la ripetizione consolidano. E’ l’archetipo di un evento mitico e “il mito è il racconto di una “creazione” (Mircea Eliade) così per la religione come per l’arte, categorie che non possono non prescindere dal sacro.

 

La mostra comprende 12 opere visibili nella galleria di questo sito. (Gallery)


Tre domande a Pierfrancesco:

 

Dopo la laurea in lettere conseguita a Firenze hai deciso di frequentare la Rietveld Academy di Amsterdam. Ricordo che all'inizio mi parlavi della tua "italianità" come un problema. Raccontaci com'è andata e quanto ha inciso sulla tua formazione artistica.

L' italianità di cui a volte ti parlavo è collegabile al fatto che in un contesto straniero, da italiano, hai sempre il carico di dover rappresentare un paese e una tradizione artistica lunghissima. Il mio problema a volte era che avendo studiato storia dell' arte, mi è stato difficile poter esprimermi senza far riferimento, seppur involontariamente, alla tradizione. Quindi il mio problema a volte era la referenzialità alla tradizione e al concetto di arte come artigianalità-arte del saper lavorare un materiale. La Rietveld è famosa per la sua impostazione verso un educazione concettuale del 'futuro' artista. Ovvio che con la mia formazione ho avuto un pò di problemi a trovare il mio equilibrio all’interno di questa istituzione, che mi ha dato tantissimo e che consiglio a chiunque abbia voglia di rimettersi in discussione.

 

Hai iniziato a dipingere quando frequentavi il liceo classico, un'attività che hai seguitato ad esercitare fino a qualche anno fa, ottenendo anche un certo consenso. Con le installazioni, la fotografia e i video sembra che la pittura sia stata archiviata. Ritornerà nei tuoi progetti?

Le installazioni sculturali sono state un passaggio naturale. Ho iniziato l'accademia dipingendo 'timidamente' e mi sono lasciato prendere dalla voglia di sperimentare altre discipline che all'accademia sono più diffuse, come installazioni, video, performances... Devo dire che l'utilizzo dello spazio per le installazioni, il ricreare un' atmosfera con le sculture hanno subito trovato un terreno fertile nel mio modo di pensare e quindi di tradurre la mia  sensibilità. Non escludo la possibilità di ritornare alla pittura, anzi. Solo che per quello che dicevo prima, con la pittura mi è più difficile trovare una mia dimensione senza evitare di fare i conti con lo studio della storia dell'arte fatto in precedenza all’università`.

 

Quali sono ora i tuoi progetti? Ci sono nuove idee che vorresti sperimentare?

Mi piacerebbe fare un master o una specializzazione qui in Olanda e di sicuro vorrei cercare di esplorare il mondo delle 'residenze' per artisti. M’interessa l’incontro diretto con altri artisti e l' idea di ricevere la possibilità di sviluppare un progetto entro un tempo determinato in un ambiente nuovo. Essere me stesso senza nessuna influenza esterna se non il mio 'bagaglio'.

Nikla Cingolani

 

 

Pierfrancesco Gava è nato a Recanati nel 1972
Vive e lavora ad Amsterdam

Formazione

2007-2010 Gerrit Rietveld Academie, fine arts, Amsterdam.
1991-2000 Università di Firenze, Storia dell’arte.

Mostre


Collettive
2010 ArtOlive Jong Talent XXL 2010, Westergasfabriek Amsterdam.
2010 Gerrit Rietveld Academie, final show, Amsterdam.
2010 O.K. Rietveld Academy in the Old Church, Amsterdam.
2009 Rietveld UnCut, Brakke Grond Theater, Amsterdam.
2008 Rietveld academy fine arts department, Cultural platform De Service Garage, Amsterdam.
2007 Consortium, Wilhelmina pakhuis, Amsterdam.
2006 Consortium, Wilhelmina pakhuis, Amsterdam.

Personali
2006 Visi e travasi dell'anima, Italian Cultural Institute, Amsterdam.

Pubblicazioni
2002 (nr.4), Jong Holland-Art magazine The contacts between J. Van Looy and Italian artists (graduation thesis).

 

Per ulteriori informazioni sull’artista consultare il sito www.pierfrancescogava.com